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4 Gennaio 2019Nella nutrizione, così come in qualsiasi altra materia scientifica, è vero che non basta uno studio per fare una verità scientifica. A volte gli studi forniscono strumenti utili per aprire nuove porte, utili al professionista per prendere in considerazione più variabili. Ma quando si condividono articoli dalla rete per raccontare la propria “verità scientifica”, si commette un errore madornale.
La scienza ha nel suo essere, la ricerca ossessiva della verità attraverso dimostrazioni di teorie ed ipotesi. Pubblicare una ricerca innovativa, non basta per fare di tale pubblicazione una verità assoluta. Sono necessarie infatti più ricerche che provino quanto scritto dalla ricerca definita “innovativa” e sono necessari anni per comprenderne le potenzialità e i risvolti pratici.
La visione a tunnel della cultura
Ecco perché siamo quasi sempre in torto
Tutti noi siamo intenti a leggere e condividere studi che provino le nostre convinzioni e nutrano le nostre curiosità. Nell’articolo sul cherry peaking abbiamo raccontato quanto sia facile avere una visione “a tunnel”, basata sui nostri pregiudizi per alterare quanto stiamo leggendo. Nascono così filoni “scientifici” non realmente tali, ma basati sulle nostre idee. Contaminiamo quello che leggiamo attraverso una nostra personale visione della realtà e dei fatti. Non è insolito sentire ricercatori ed esperti che arricchiscono quanto scritto in una ricerca da loro riflessioni personali che possono alterare il messaggio dello studio pubblicato. Questo alimenterà la disinformazione su un dato argomento: nascerà un mix di verità con un’interpretazione errata dell’autore su un determinato tema.
E chi ci rimette in tutto questo? Il lettore comune che non ha abbastanza tasselli per poter comprendere a pieno quanto appena letto.
Nascono così teorie prive di fondamento supportate da ricerche che non hanno mai affermato quanto esposto dall’autore dell’articolo. Ma chi controlla più le fonti?
L’imparzialità non è semplice. Pensiamo alla politica di tutti i giorni. Basti pensare quanti condividano articoli scritti da giornali o blog che rispecchiano esattamente l’idea di colui che ha condiviso l’articolo. A quanti salterebbe in mente di condividere un articolo scritto dal proprio oppositore politico? Nessuno.
Il BIAS di conferma è proprio questo ed è un errore che tutti noi commettiamo: raccontiamo prospettive e fatti che alimentano i nostri punti di vista preesistenti.

Ognuno di noi, proprio come un tifoso ultrà, vedrà la verità solo dove vorrà vederla.
Ecco: questa è la visione a tunnel della cultura e l’incapacità di tutti noi di vedere i fatti per come sono realmente.
Non è raro trovare nel mondo della nutrizione, corsi di nutrizione e integrazione sportiva tenuti da docenti che hanno conflitti di interessi aperti nei confronti di quanto stanno insegnando. Per esempio rivenditori di integratori che insegnano quali integratori sono utili oppure ideatori di un metodo che spiegano la verità scientifica secondo una loro libera interpretazione che poco ha a che fare con la realtà dei fatti.
Eppure tutti vogliamo appartenere ad una squadra e alcuni ne sentono addirittura il bisogno. Una squadra da tifare, una teoria da sposare e credenze popolari per farci vivere meglio.
Hai studiato ingegneria? Allora avrai la percezione che architetti e geometri non ne sappiano quanto te.
Hai studiato nutrizione umana? Allora avrai senz’altro qualcosa da dire contro chi ha studiato dietistica, secondo una personale visione della cultura data dalla propria prospettiva e dai propri pregiudizi (spesso privi di senso e immotivati).
Così come i fanatici della dieta detox o di altre “stramberie” alimentari saranno disposti a sborsare quattrini per sostanze prive di senso logico, allo stesso modo chi ha seguito un certo percorso di studi avrà una visione vincolata da una sopravvalutazione della sua stessa cultura. Perché essere imparziali ed essere consapevoli della propria ignoranza, non è semplice. Il cervello ci fornirà una visione del mondo basata su ciò che conosciamo e non su ciò che ignoriamo.
Il riduzionismo di conoscenze nella divulgazione ad ampio spettro
E ora veniamo al problema dell’insegnamento. Si, perché insegnare porta con sé una serie di problemi macroscopici facilmente attaccabili da chi ha un po’ di spirito critico.
Innanzitutto, un insegnante dovrebbe:
- raccontare quanto studiato nella maniera più imparziale possibile;
- utilizzare un linguaggio accessibile a tutti;
- rispondere ad un’esigenza.
L’imparzialità viene demandata al singolo professionista, ma è difficile trovare un formatore che sia in grado di non alterare i fatti.
Altro problema non di poco conto è il linguaggio. Utilizzare un linguaggio accessibile snellirà la pesantezza di una tematica complessa, ma allo stesso tempo si perderanno informazioni utili date da un linguaggio tecnico. La perdita di informazioni potrebbe alterare il messaggio finale per chi lo riceve.
In ultima istanza quando si raccontano alcuni fatti si risponde sempre ad un’esigenza. Le persone non vogliono comprendere la complessità, ma avere soluzioni semplici a problemi complessi (il che genera parecchi problemi).
Gli slogan fanno molto più breccia rispetto ad un discorso articolato. “La carne fa male“, per esempio, è una frase che sentiamo ultimamente, pur non essendo una considerazione vera in senso assoluto.
Il ridurre la complessità degli argomenti a semplici claims ci pone automaticamente in torto.
Non dovremmo cercare una squadra a cui appartenere, ma piuttosto fatti e dati esistenti (anche quelli contrari alle nostre idee) dietro determinate teorie.


