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5 Dicembre 2018Questo editoriale è un mix di riflessioni personali scaturite dopo aver svolto una lezione, alcune settimane addietro, per un’azienda.
L’episodio avvenuto mi ha convinto a mettere “nero su bianco” alcune riflessioni. Si ripetono gli stessi errori da anni che sembrano non entrare in testa in chi promuove scuole “professionalizzanti”.
Arrivato sul luogo mi sono ritrovato tutti i presenti stanchi e con gli sguardi piuttosto delusi. Forse delusi da lezioni ripetitive e scontate, oppure da relatori con poca capacità comunicativa. Purtroppo essere insegnanti dovrebbe prevedere come requisito fondante la capacità di comunicare in modo efficace.
Molti sono bravissimi in termini di nozioni in loro possesso, ma un conto è conoscere la materia e un altro conto è saperla trasmettere. Questa è la prima cosa che sembra non essere molto chiara a chi ha diverse pubblicazioni scientifiche che vanno bene per i congressi e i concorsi universitari, ma molto meno per valutare la qualità di un insegnante.
A volte conviene sapere qualcosa in meno, ma saperlo comunicare in modo corretto per tenere alta l’attenzione e far acquisire nozioni che siano utili per il libero professionista in cerca di risposte.
Così una volta entrato in aula molti richiedevano un po’ di pratica. A quanto detto la giornata è stata una minestra di nozioni di fisiologia già sentite e dette in Università. E visto che molti erano liberi professionisti, o aspiranti tali, posso comprendere la frustrazione a fronte di un pagamento per una scuola di specializzazione.
E così, come sono solito pensare già da diverso tempo, ecco alcuni problemi del mondo della formazione in generale.
Il problema della formazione in tutti gli ambiti
Al termine della lezione (come spesso faccio), mi sono interrogato su molte questioni e criticità che continuano a essere presenti purtroppo nel mercato della formazione.
Innanzitutto il gruppo dirigenziale e il corpo docenti di queste scuole è a volte composto da personale universitario che si ricicla in più posti, quasi ad una lotta perpetua a prendersi più sedie possibili (e successivo “tappo” per le nuove leve di farsi strada).
In secondo luogo capita che le lezioni siano dei “copia-incolla” di quanto fornito a livello universitario, con il risultato che gli errori e le lacune maturate si trasferiscano in scuole che nascono con ben altro scopo.
E come successe a me pochi anni fa (e succede tutt’ora), ci si ritrova ad uscire da alcune lezioni con il dubbio su “come” utilizzare le informazioni sentite.
Penso che questo sia il problema di chi ha sempre svolto attività di ricerca, ma nel momento in cui deve “sgrassare” le informazioni superflue non ci riesca. Forse perché non conosce fino in fondo il problema quotidiano di liberi professionisti che hanno bisogno di informazioni pratiche e immediatamente spendibili. O forse perché fa paura insegnare nozioni a possibili competitor. Onestamente non so quale delle due ragioni sia quella più plausibile.
Quali errori continuano a ripetersi?
Anche in queste scuole la maggior parte di coloro che fa parte del personale docente sono uomini da laboratorio di ricerca. Ottimo da una parte, problematico dall’altra.
A volte si crea quindi un mix esplosivo di nozioni “scontate” oppure con spunti bibliografici a cui non si trova una spendibilità lavorativa. Il risultato qual è? Che il professionista esce dalla lezione che ne sa esattamente come prima e con i medesimi dubbi di quando è entrato.
Così, argomenti quali “la stesura di diete personalizzate” vengono per l’ennesima volta demandate allo studente un po’ frustrato che pur pagando non avrà ciò che ha richiesto.
Insomma, l’ennesimo pezzo di carta da appendere al muro per legittimare una formazione continua che ha tanto nel nome, ma poco di sostanza.

